Difendere l’Italia partendo da Secondigliano: la storia di Antonio D’Agostino
Cronaca

Difendere l’Italia partendo da Secondigliano: la storia di Antonio D’Agostino

Partito dal rione Berlingieri 23 anni fa con tanti sogni e un obiettivo da realizzare diventare militare e riscattarsi. Oggi Antonio D’Agostino è Caporal Maggiore Capo Scelto del Comando Forze Operative Nord dell’esercito italiano, impegnato nella gestione delle emergenze nazionali in cui rientra anche la pandemia causata da covid che stiamo vivendo.

In quest’intervista, il Caporal Maggiore ha spiegato come è iniziato il suo percorso, cosa significa essere un soldato e quanto sia importante credere nei propri sogni, nonostante le avversità.

Come mai ha scelto di intraprendere questo percorso e come si è avvicinato al mondo militare? 

Entrare nell’Esercito e diventare un militare,  era un sogno che coltivavo sin da bambino. Ho iniziato ad esplorare il mondo dell’Esercito Italiano anche grazie ad alcuni parenti appartenenti a varie Forze Armate e di Polizia.  Mio zio Franco, ad esempio, ufficiale dell’Aeronautica Militare, mi spiegava quanto fosse importante difendere i valori della nostra Patria e mettersi al servizio della Nazione, con uno spiccato senso del dovere che richiede, contestualmente, dedizione totale e qualità più profonde rispetto a quelle necessarie per espletare i lavori più comuni.

Il fatto che lei sia nato qui quanto ha influenzato sulla tua scelta, se l’ha influenzato in qualche modo?

Indossare la divisa dell’Esercito ha fatto crescere in me ulteriori aspettative e obiettivi dal punto di vista professionale. Valori come l’educazione, la legalità, il rispetto e l’amore trasmessi dalla mia famiglia, mi hanno dato non solo una marcia in più, ma sono stati fondamentali per emergere da alcune situazioni di illegalità all’interno del mio quartiere. Indossare l’uniforme, quindi, ha rappresentato per me un grande orgoglio, e il fatto che sia riuscito a raggiungere con determinazione i miei sogni, deve diventare un esempio per moltissimi ragazzi di Secondigliano che desiderano, un giorno, perseguire gli stessi obiettivi.

Più di 20 anni nell’Esercito, credo che lei abbia vissuto molte esperienze con quella divisa. In particolare, ha mai fatto missioni all’estero? E cosa le ha lasciato vivere quelle situazioni?

La vita militare ti porta a conoscere luoghi e persone incredibili, di diversa cultura e ceto sociale. Sono stato impegnato nelle operazioni di soccorso in Albania, appena diciannovenne; pochi mesi dopo, sono stato in Kosovo e Macedonia, mentre l’ultima missione l’ho svolta in Afghanistan l’anno scorso. Vivere in situazioni così difficili non è stato certamente facile, specie quando si deve rimanere lontano dai propri affetti familiari. Essere impiegato in missioni all’estero, rappresenta anche un passaggio molto importante per un militare nel percorso di carriera, perché permette di lavorare a contatto con popolazioni e culture diverse, scoprire luoghi molto particolari che ti rimangono nel cuore per tutta la vita e nel contesto lavorativo internazionale.

Di cosa si occupa ora?

Ad oggi sono impiegato presso il Comando Forze Operative Nord di Padova, nell’ambito dell’Ufficio Operazioni e Concorsi Operativi, dove l’ufficio si occupa nello specifico della gestione delle forze militari impiegate nelle emergenze nazionali (terremoti, alluvioni, neve e altre calamità naturali come quella pandemica che stiamo attraversando) – e nella condotta del personale impiegato nell’Operazione “Strade Sicure” all’interno dell’area di competenza territoriale di questo Comando.

In conclusione quindi per lei cosa significa essere un soldato?

Essere un esempio per gli altri, mantenendo fede a valori che ritengo assolutamente fondamentali per la formazione di ogni soldato: fedeltà, lealtà, onestà, sacrificio, cercando sempre di onorare ogni giorno il mio giuramento, con orgoglio, dignità ed impegno al servizio del mio Paese.

La dedizione, l’amore e l’orgoglio negli occhi del caporal maggiore mentre raccontava, si raccontava, erano palpabili. Aldilà della narrazione tossica che ci viene fornita sul nostro quartiere, queste sono le storie che dovrebbero essere ascoltate da tutti noi. Non è una sfortuna nascere qui, semmai, come è stato in questo caso, rappresenta un motivo in più per farcela e per rendere orgoglioso una comunità di cui si fa parte.

ARTICOLO DI MARIANNA TORRE D’AGOSTINO

- 4 Febbraio 2021