Daniele, la voce degli ‘A67: credo nel futuro di Scampia
Cultura

Daniele, la voce degli ‘A67: credo nel futuro di Scampia

Daniele Sanzone è la voce del gruppo degli ‘A67 che nascono a Scampia ma parlano a tutto il mondo, cosa che è già successa ad onor del vero. Il loro disco di esordio, nel 2005, ‘A cammorra song’io ha subito avuto un successo nazionale ed è stato un fenomeno d’interesse anche all’estero. Collaborazioni con artisti del calibro di Pino Daniele, Nino D’angelo, Saviano, Bennato hanno consacrato questa band che nel tempo non ha mai smesso di essere una voce dissonante e fastidiosa. Tra eventi passati e ambizioni future Daniele si è raccontato senza filtri.

Ciao Daniele, io partirei con una domanda che sicuramente vi hanno fatto in molti, spero che tu non ti annoia già. Perché ‘A67? 

‘A67 in gergo sta per ‘la 167’. In dialetto, da queste parti, si tende a troncare l’articolo e il cento: la 167 diventa ‘‘A sissantasette’. Con la legge del 1962, sulla riqualificazione delle periferie urbane-metropolitane viene edificato il nostro quartiere e tanti altri come il nostro in Italia. Volevamo dare una forte connotazione territoriale al nostro gruppo, l’idea iniziale era quella di portare avanti un po’ le problematiche del quartiere. Col tempo abbiamo capito che le periferie si somigliano tantissimo e che Scampia non era così lontana da Quarto Oggiaro, dallo Zen, dal Corviale. Insomma dalle varie periferie italiane e non solo, di tutto il mondo. Col tempo abbiamo allargato sempre di più la visuale. 

Nella vostra bio parlate di: “un urlo di rabbia contro tutti, poi l’urlo è diventato parola. Le parole, canzoni.” Nel vostro album d’esordio, “A camorra song’io”, c’è una canzone che mi colpisce in particolare ed è quella che riguarda la tragedia del quadrivio. Ti va di parlarmi un po’ di quel testo e dirmi se quella rabbia è rimasta?

All’epoca avevo 17 anni e stavo studiando a casa. Io e un mio amico sentimmo un boato infernale. Ci affacciamo al balcone, il quadrivio in linea d’aria sarà stato lontano 200 metri. Vedemmo queste fiamme altissime e subito scendemmo giù per capire cosa era successo. L’aria sapeva di gas, e noi eravamo quasi divertiti: “Ma che è succieso?”. Eravamo adolescenti, ridevamo quasi per la novità. 

Invece ci rendemmo conto che era una tragedia vera e propria. La gente per strada piangeva. Ci avvicinammo al luogo e trovammo questa voragine enorme. Rimasi così colpito, in modo profondo, che dopo un po’ mi venne di getto questo testo che finisce dicendo: 

“Ma poi a Fenice s’appicciaje 

E nisciuno cchiù parlaje”

Infatti, il caso volle che dopo tre giorni ci fu l’incendio del teatro ‘La Fenice’ di Venezia che arrivò un po’ su tutti i giornali del mondo. Spazzò via dalla cronaca una tragedia che vide la morte di 11 persone, nonché una strada distrutta, un palazzo distrutto, macchine, una roba enorme. Fu scacciata in un attimo dalla cronaca per dare spazio a un incendio, che insomma per carità massimo rispetto per il teatro la Fenice, ma parliamo di 11 morti. 

Quindi c’era tutta la rabbia, poi con il tempo sono sempre stato vicino anche ai familiari. Ho conosciuto Amalia, ho conosciuto Sandro con cui è nato un rapporto che definirei d’amicizia, di grande affetto. 

Non passa anno che non ricordiamo. Noi abbiamo fatto tante cose belle: abbiamo cantato con Pino Daniale, siamo stati il 1° Maggio a Roma, abbiamo cantato in giro per il mondo, ma una cosa che ricordo sempre con tanto affetto è quando suonammo a un concerto a Scampia, nella villa comunale, e suonammo questo pezzo. Così ho conosciuto Amalia, che sarebbe la mamma di Serena De Santis, la bambina di 12 anni che morì quel terribile giorno. Lì sotto al palco, tra il pubblico, c’era anche lei. Dopo il concerto venne a complimentarsi in lacrime. Noi facemmo tutto un discorso: “Questa canzone è dedicata…”, per me fu un’emozione enorme. Non avrei mai immaginato che tra il pubblico, proprio quella sera, ci potesse essere un familiare delle vittime. Quando poi si è avvicinata in lacrime, mi ripeto, è stata un’emozione fortissima. Da li in poi siamo rimasti in contatto, ci siamo sentiti diverse volte, ho conosciuto il figlio. 

Ogni anno ho cercato di mantenere viva la memoria, andando alle fiaccolate, insomma per quanto possibile ho cercato di stare vicino alle famiglie delle vittime che purtroppo, ancora oggi, si vedono negare addirittura il ricordo. La sensazione oggi, che sono passati 25 anni da quella data, è come se loro dovessero dare dei soldi e giustizia allo Stato. È pazzesco. 

Nel 2008 pubblicate un altro album “Suburb”. In realtà mi hai anticipato un po’ tu la domanda che avrei voluto farti dicendomi che le periferie del mondo sono tutte uguali, vivono tutte le stesse dinamiche. Ti va di parlarmene? Per quest’album ci sono state varie collaborazioni.

Si quell’ album è un disco a cui tengo particolarmente. È una sorta di disco di passaggio: venivamo da un’attenzione mediatica notevole: “A camorra song’io”, si era imposto a livello nazionale. Il disco si fece conoscere anche per il momento storico che vivevamo: uscì nel pieno della faida di Scampia. 

Coi i morti a terra noi cantavamo “A camorra song’io”, un anno prima di Gomorra. Abbiamo anticipato tutti su quel tema. Sentivamo l’esigenza di fare un altro disco, ma allo stesso tempo volevamo allontanarci dalle influenze musicali dell’epoca che erano i 99 POSSE, gli Almamegretta, tutto quel movimento. Abbiamo virato verso il rock, il disco è abbastanza cupo sia nei testi che nel suono. Ci sono però, secondo me, delle liriche molo belle. 

Una bella tappa è l’incontro con Saviano nel 2005. Lui entrò in un’antologia molto bella che si chiamava “Napoli comincia a Scampia”. Spesso abbiamo combinato la presentazione di “A camorra song’io” con quel disco. Siamo diventati amici e sono nate diverse collaborazioni. 

Abbiamo poi conosciuto Mauro Pagani e abbiamo avuto l’onore di suonare dal vivo “Don Rafaé”. Mauro Pagani è tra gli autori del testo di De Andrè, nonché suo arrangiatore storico. È stato un onore enorme.

Valeria Parrella ha scritto il ritornello di una canzone, insomma ci sono tanti ospiti in quel disco. 

Voi cantate “A camorra song’io”, ma in antitesi con quello che veramente è. Cosa nei pensi dei fenomeni musicali nati ora che esaltano anche il ruolo della camorra stessa?

Questo è un discorso vecchio. Io ho scritto un libro “Camorra Sound” dove analizzo il rapporto tra camorra e musica. Questo strizzare l’occhio a quel mondo criminale. Noi abbiamo fatto sempre il contrario. Abbiamo cercato di demolire l’immagine del camorrista e di cambiare il punto di vista. 

Ci siamo messi in gioco dicendo: probabilmente i camorristi siamo noi, laddove scendiamo a compromessi. La camorra prima ancora di essere un impero criminale che fattura milioni di euro è una mentalità. Ha creato una sovrastruttura, una subcultura. È questo tipo di cultura era quella che cercavamo di combattere noi attraverso le nostre armi: parola, voce, chitarra, basso. 

Penso che la musica sia un messaggio importante, più che un messaggio, un mezzo importante, potentissimo di comunicazione. Chi ha la fortuna di avere tra le mani un microfono, dovrebbe sentire anche la responsabilità di ciò che dice. Soprattutto questi ragazzi che poi arrivano a centinaia di migliaia di “mi piace”. Il rischio è quello di favorire modelli di riferimento deviati mentre sarebbe bene cercare di far riflettere, andare oltre l’ammiccamento facile. È troppo facile mettersi con la pistola, fare il gangsta-rap, parlare di camorra. È più difficile arrivare con i nostri discorsi, sicuramente ci vuole più tempo per farsi capire. La strada per me è quella giusta, poi ognuno segue quel che giusto per sé.

Questa domanda nasce soprattutto da una considerazione: ho una sorella 17enne. Nei testi delle canzoni che ascolta l’uso delle armi è palese. Alla sua età, ovviamente le mode sono cambiate, non ricordo che ascoltavo testi simili

La musica è anche il riflesso della società. Questa musica qua rispecchia 20 anni di berlusconismo, del vuoto politico di questi anni. Gli anni ’90 sono la costruzione di un percorso politico completamente diverso: è cambiato il mondo, sono cambiati i media, la televisione conta ben poco. Oggi c’è la rete, Youtube. È cambiato un sistema, è cambiata la tecnologia. Tutto questo ha portato a dei cambiamenti notevoli anche nel modo di ascoltare la musica, è cambiata la musica stessa. I contenuti sembra abbiano lasciato spazio all’intrattenimento puro. Spesso e volentieri anche l’estetica di questi video è legata al denaro, a fare i soldi e di conseguenza alla criminalità, ai soldi facili. Sono tutti valori che rispecchiano il vuoto di questi anni. Negli anni ’90 c’era una coscienza politica diversa, c’erano i centri sociali. C’era un’Italia diversa e quindi la musica suonava in modo diverso. 

Oggi è uscito il vostro nuovo singolo “Zero Alibi”, pensi che la vostra musica sia cambiata nel tempo? Io personalmente vi ho trovati diversi.

Come gruppo abbiamo 15 anni di storia. Meno male che è cambiata, spero in meglio, ma questo non tocca a me dirlo. Però le tematiche sono sempre le stesse: il linguaggio forse è un po’ più poetico, in italiano, ma il messaggio che passa è sempre lo stesso, lo sguardo sulla realtà rimane uguale. 

Secondo te, nel vostro caso, possiamo dire che arrivare da Scampia sia stata una fortuna?

Sicuramente è stato importante. Se non fossi cresciuto qui probabilmente non avrei mai fatto musica. La musica per me è stata una vera è propria valvola di sfogo. 

Per certi aspetti, arrivare da qua però, è stato anche ghettizzante. Eravamo sempre il gruppo del quartiere per quanto il quartiere fosse conosciuto in tutto il mondo, rischiavamo di far parlare di noi più per il quartiere che per la nostra musica. 

Quando viene Pino Daniele e ti invita a una serie di concerti, Nino D’Angelo ti invita ai 60 anni a quello che allora era lo stadio San Paolo, suoni con Mauro Pagani…

Suonate con Caparezza, con Bennato… 

Sì, anche. Però diventa tutto un continuo esame: “vabbuò chillo è ‘o gruppo ‘e Scampia, è muort ‘nderr, loro, ‘a faida…” mentre poi sul campo abbiamo dovuto sudare. Penso che la nostra storia parla da sola. Abbiamo avuto la fortuna di collaborare veramente con i maggiori artisti italiani, ma non è stato facile. Abbiamo avuto anche noi il pregiudizio, il pregiudizio di essere nati in questo quartiere. Da una parte ci ha dati una spinta enorme: uscire in piena faida significava essere una voce diversa da quella del sistema, quindi ci ha portato a essere ospiti di tantissime trasmissioni nazionali e a farci conoscere. Ma, eravamo sempre legati al quartiere: non si faceva mai un discorso solo ed esclusivo sulla musica. In qualche modo parlare di noi significava parlare della nostra realtà ed è evidente e normale visto che, a partire dal nome, veniamo da qui, lo rivendichiamo in modo forte. Ancora oggi, chi ci ascolta per la prima volta, magari dice : “Cazzo, ma sono fortissimi! Sai mi immaginavo che…”

“Zero Alibi” è un pezzo che potrebbe andare tranquillamente in radio, e nessuno penserebbe a Scampia. Veniamo da Scampia, ma parliamo al mondo. La nostra musica deve parlare a chiunque. La musica deve parlare a quanta più gente possibile. Il fatto che veniamo dal quartiere non lo dimentichiamo, sono le nostre radici, lo portiamo scritto in fronte, nel nome. 

A me piace concludere queste chiacchierate con una domanda e quindi, la faccio anche a te. Che futuro vedi per Scampia, per l’area Nord in generale e che futuro vedi per gli ‘A67?

Per l’area Nord sono molto fiducioso, nonostante stiamo aspettando da 25 anni una riqualificazione del territorio. Ciò che mi fa sperare bene e in cui credo tantissimo è l’arrivo dell’Università che sicuramente cambierà il volto dell’intera zona portando energie, menti, forze ed entusiasmi nuovi. 

Porterà anche un cambio di mentalità: magari inizialmente vivremo una fase di incontro-scontro tra realtà diverse come è giusto che sia. Con il tempo però maturerà una ricchezza notevole e a guadagnarci saranno tutti: sia il ragazzo che magari dal Vomero viene a studiare qui che il ragazzo di Scampia che a contatto con il ragazzo del Vomero avrà modo di capire che esistono altre persone che la vedono e vivono in modo diverso da lui. Questa commistione sarà sicuramente un evento positivo. Ci sarà, sicuramente, anche un indotto economico: questi ragazzi dovranno mangiare qua, probabilmente dovranno dormire qua.

Mi auguro che gli ‘A67 continuino ad essere quello che sono sempre stati. È bello vedersi rappresentati nella metropolitana con una gigantografia. La gigantografia va bene, ma quella voce deve restare costantemente diversa e costantemente deve pungolare nei fianchi. È questo quello che vorrei fossero gli ‘A67, fino alla fine. In qualche modo una voce scomoda, che non fa sconti a nessuno, che racconta la realtà sempre per quella che è, cercando di trovare punti di vista sempre originali e diversi.

ARTICOLO DI GIUSY DI STAZIO

- 27 Gennaio 2021