Il filofavoloso mondo di Stefania Spanò
Cultura

Il filofavoloso mondo di Stefania Spanò

Chi ha detto che il mondo della fantasia è sempre separato da quello della filosofia?

Abbiamo fatto due chiacchiere con Stefania Spanò, attrice e scrittrice del libro “Avventure Filofavolose – ovvero il viaggio di Giuditta dalla testa ai piedi”, una fantastica storia illustrata da Caterina Ardizzon che, come lei racconta, non è solo per ragazzi.

Com’è nata l’idea di scrivere un libro per bambini? Raccontaci un po’ il processo creativo e la trama del libro!

Giuditta è la protagonista delle “Avventure Filofavolose”, un viaggio attraverso le parti del corpo per scoprirci meglio, facendoci delle domande a cui rispondere con l’esperienza. La prima filosofavola è nata durante un workshop di improvvisazione teatrale, occasione in cui conobbi Caterina Ardizzon, la disegnatrice dell’albo. Io fui chiamata a raccontare una storia in grammelot e dietro ai suoni e ai gesti c’era la filosofavola della testa. Ai compagni di corso intrigò così tanto l’esercizio che vollero conoscere il sottotesto, raccontai loro la favola, quasi del tutto simile a come è oggi e Caterina si propose di illustrarla. Da lì l’idea di proseguire con un progetto che superasse il dualismo cartesiano mente/corpo. Noi pensiamo con tutto il corpo: la nascita della prima filosofavola ne fu per me la prova. La conoscenza non è solo un fatto mentale ma un’esperienza vitale legata ai sensi. L’idea non è mai stata scrivere un libro per bambini, anzi, secondo me le favole sono per tutti. L’idea è stratificare senso così da poter creare un testo interessante a tutte le età. Poi è stato l’editore “Fabbrica dei Segni” a classificarlo come libro per ragazzi perché in molti casi chi acquista ha esigenza di essere orientato. Io credo che “Avventure Filofavolose” sia un libro per famiglie e infatti sta ricevendo consensi dai 6 ai 99 anni.  Valter Moro, il direttore editoriale, ha dato a me e Caterina carta bianca su tutto, accogliendo anche il gioco interattivo che proponiamo ai lettori. Ci ha sempre creduto dando grande spazio alla nostra creatività, e non era scontato. Senza di lui non sarebbe stato lo stesso libro. Ci tengo a ribadirlo perché spesso è un messaggio che non passa.

Qual è il messaggio che vorresti lasciare con questo libro ai più piccoli, ma anche ai più grandi?

Il messaggio che Giuditta vuole mandare è che le domande valgono più delle risposte. Ho provato a moltiplicare le domande e contestualizzare alcuni interrogativi cardine della filosofia, senza la preoccupazione di nominare le teorie e i pensatori. Chi li conosce li troverà (i grandi), chi non li conosce ancora familiarizzerà coi concetti legandoli al proprio vissuto che è poi l’unico modo per appropriarsene.

Sei anche un’attrice. Come stai vivendo questa pausa forzata dal teatro?

In questo momento mi manca l’incontro col pubblico ma mi manca di più viaggiare, prendere un caffè in un bar pieno di gente e abbracciare uno sconosciuto senza chiedergli prima tampone e sierologico.  Non la sento una pausa forzata, ma una pausa fisiologica. Con la mia piccola compagnia, “Le Cuntastroppole”, stiamo lavorando alla messinscena di una favola antica in chiave contemporanea. Verrà il momento in cui incontrerà il pubblico ma è anche giusto, in tempi così difficilmente leggibili come questo, fermarsi per rielaborare. Noi artisti dovremmo approfittare di questa pausa per ripensare a noi stessi, unirci e chiedere di più: ci consideravano inutili anche prima del Covid e forse è arrivato il tempo di difendere l’inutilità come valore, invece di affannarci a dire che serviamo a tutti i costi. Quest’etica dell’operosità e della produttività mi ha stancata. Lo diceva anche il buon Oscar Wilde: “Tutta l’arte è perfettamente inutile, per questo continuiamo a farla”.

Lasciamoci con un augurio per il post-pandemia, un progetto o qualche idea che hai in mente per il prossimo futuro!

Di solito preferisco focalizzarmi sull’oggi. Quest’anno sono tra i 10 vincitori del torneo letterario “IoScrittore” indetto da Gems con un altro libro, eravamo circa 6.000 e questo mi rende ancora più grata a chi ha creduto nella mia storia. Il romanzo va dal secondo dopoguerra alla fine degli anni novanta del Novecento ed il protagonista indiscusso è il mio quartiere, Secondigliano, che amo follemente e a cui sono tornata dopo molti anni. Ho provato a raccontarlo dal punto di vista della gente comune, non quelli che fanno le stese, ma quelli che si chiudono in casa quando in strada volano i proiettili. Non posso dire di più, spero uscirà alla fine di quest’anno.

ARTICOLO DI SARA FINAMORE

- 26 Marzo 2021