Il ViceQuestore Esposito:«Un nuovo senso d’appartenenza per Secondigliano»
Cronaca

Il ViceQuestore Esposito:«Un nuovo senso d’appartenenza per Secondigliano»

È arrivato soltanto da qualche mese al commissariato sul corso Secondigliano, ma ha già le idee chiarissime. Raffaele Esposito, Vice Questore aggiunto della Polizia di Stato, ha un modo di fare che taglia le distanze, spesso insormontabili da queste parti, tra istituzioni e cittadini.

Va dritto al punto e questa intervista ne è la dimostrazione.

Che sensazione ha del territorio?

Ho visto un interesse per una serie di aspetti che riguardano il decoro urbano, meno per i temi che ci si potrebbe aspettare in partenza. 

Secondigliano è una realtà che risente molto della presenza di associazioni criminali che ancora oggi sul territorio fanno sentire il loro peso e la loro presenza, ma questo sembra essere un aspetto dimenticato. Si tratta di un territorio che ha vissuto una vera e propria guerra e che per questo risente ancora, a distanza di anni, di una componente che riporti il senso di collettività perduto.

Mi sarei aspettato una partecipazione maggiore rispetto a questo problema, soprattutto dalla componente meno giovane che è la memoria storica del quartiere e che dovrebbe fare da tramite con le nuove generazioni per portarle poi ad avere nelle istituzioni una guida e che queste ultime tornino ad essere il punto di riferimento per i cittadini.

Come ha lei stesso accennato, la fiducia tra i cittadini di questi quartieri e le istituzioni è un po’ venuta a mancare negli ultimi vent’anni.

Il cittadino ha l’obbligo morale di segnalare alla Polizia cosa non funziona. Il territorio è esteso e frammentato e al suo interno ha dei vari micro-mondi. La capacità nostra è e deve essere la presenza costante in queste realtà. Ma, insisto, deve esserci l’obbligo morale delle persone di segnalarci le cose che non vanno. Quando si parla di fare rete, mi chiedo, perché non coinvolgere anche le istituzioni come le forze di polizia? Su questo, devo ammetterlo, c’è tantissimo lavoro da fare.

La presenza sarebbe un ottimo segnale, ma non ci sono problemi di organico? 

L’età media si è alzata e il Questore sta lavorando per chiedere e ottenere che a Napoli e al Sud arrivino altri uomini. Però a tal proposito mi permetta di aggiungere una cosa

Prego

Questo non deve rappresentare un alibi. Dobbiamo essere presenti sul territorio, indipendentemente da quanti siamo. Noi rappresentiamo un po’ un muro tra la parte buona e la criminalità, ma non è detto che questo muro debba essere di 200 metri. La gente deve sapere che il muro serve ad arginare tutto ciò che è negativo. Guai a giustificarci dicendo che siamo in pochi. Se siamo pochi dobbiamo lavorare il doppio, il triplo. Chi fa questo lavoro non lo fa per la paga. Lo fa perché lo ama, e qui ho trovato persone che amano soprattutto il territorio

Spesso sui social leggiamo di episodi di criminalità diffusa da queste parti, le persone denunciano o tutto resta lì sul web?

Stiamo facendo un grosso lavoro da questo punto di vista. Sicuramente ho registrato un incremento su una serie di denunce che prima non c’erano. 

La maggior parte delle denunce che riceviamo sono per violenza domestica e su questo, nei prossimi tempi, proveremo a dare una risposta netta. Ma sono aumentate, per esempio, anche le denunce a livello condominiale, che possono sembrare banali, ma sono quelle che ci fanno guadagnare la fiducia delle persone. 

Sapere che il cittadino può venire qui e trovare qualcuno disposto ad aiutare anche se quella precisa questione non è di sua competenza, è il messaggio migliore che possiamo consegnare a chi deve tornare a vedere questo posto come un punto di riferimento istituzionale. Questo non è solo un ufficio di polizia, ma è un ufficio delle persone. In un momento come questo dobbiamo essere per i cittadini un punto di riferimento per tutto, a partire dagli anziani che spesso si recano qui per chiedere delucidazioni sui documenti della pensione, passando per la signora che non aveva più acqua in casa e non sapeva cosa fare, fino ad arrivare alla vecchietta che era rimasta completamente sola a casa durante il lockdown e alla quale gli agenti di polizia sono andati a cucinare un piatto di pasta. 

Per guadagnare la fiducia delle persone devi iniziare col dargli delle risposte e quando non le hai devi essere in grado di attivarti per averle in tempi brevi.

In questo tempo così difficile legato alla pandemia, le Forze dell’Ordine sono in prima linea per il rispetto delle regole. 

Sì, a Secondigliano c’è una grossa consapevolezza di quello che è il momento da parte di tutte le categorie che hanno subito e subiscono danni economici a causa delle chiusure anticipate. 

C’è la consapevolezza delle motivazioni relative alle ordinanze emanate e del lavoro della polizia. 

Bisogna tenere bene in mente che le norme vanno rispettate, ma allo stesso tempo bisogna  essere in grado di rapportarsi con le persone e non creare delle situazioni che in termini di ordine pubblico creano delle problematiche più gravi. 

È un lavoro molto difficile in questo momento storico e un grosso plauso va a tutte le forze presenti sul territorio. Essere poliziotto non vuol dire non avere paura. La paura fa sbagliare. 

Ma la bravura consiste nel riuscire a far stare, in questo momento così delicato, le persone tranquille

Pandemia a parte, il vero cancro del quartiere è la camorra, anche se in questo momento non si percepisce più come prima, e il problema è proprio quello.

Nel momento in cui si smette di parlarne è il momento in cui la camorra si rafforza. L’illegalità si combatte unendo le proprie forze e avendo ben presente cosa succede all’esterno. Credo molto nella presenza sul territorio delle forze di polizia, agenti e volanti, e per fortuna abbiamo un Questore che tiene moltissimo a questo tema. 

Il momento di quiete è un campanello d’allarme. Vuol dire che quello è il momento in cui dobbiamo agire, dobbiamo insistere, perché è quello in cui loro si stanno ricostruendo. Il livello di attenzione in questo momento è massimo.

I riferimenti criminali esistono e si stanno muovendo in maniera intelligente, cercando di evitare grosse dimostrazioni del loro potere criminale.

È per questo che ritengo fondamentale coinvolgere i minori in progetti che li tengano occupati e che li tolgano al potere, anche psicologico, che esercitano queste associazioni criminali su di loro, alla fascinazione nata anche dai telefilm che crea un’attenzione spesso morbosa. Sotto questo punto di vista sto cercando di creare rapporti con associazioni, scuole, parrocchie. Mi prefiggo di riuscire in un momento di calma a promuovere la nostra attività e cercare di dare a bambini e ragazzi degli interessi, degli obiettivi anche attraverso lo sport e alla conoscenza di campioni nati proprio dal corpo di polizia e dai nostri quartieri come Gianni Maddaloni, ad esempio.

Un pensiero per l’agente scelto Pasquale Apicella, ucciso nel tentativo di sventare una rapina, travolto dall’auto dei rapinatori a Calata Capodichino. 

Io non l’ho conosciuto, ma ho avuto il piacere e l’onore di conoscere la sua famiglia. Con la moglie stiamo creando un bellissimo rapporto e stiamo cercando di starle vicino. 

Pasquale è il poliziotto che tutti avremmo voluto avere. Era generoso, amava il suo lavoro e ci credeva molto, era una persona in grado di essere duro quando serviva, ma di avere una parola carina per chi ne aveva bisogno. 

Attento ai bisogni di tutti con la massima professionalità. 

Ho il rammarico di non averlo conosciuto ma ho la gioia di essere arrivato nell’ufficio che era suo e ho visto l’amore delle persone che lo hanno vissuto. Un plauso ai suoi genitori e alla sua famiglia

Un’ultima domanda: al di là della crisi dovuta al virus, Secondigliano quanta possibilità ha di riscattarsi, dopo gli anni della faida che ci hanno resi tristemente famosi in tutto il mondo?

Qualcosa finalmente sta cambiando. Si sta sviluppando un senso di appartenenza che prima non c’era. Oggi dire di essere di Secondigliano è un motto di riscatto, voglia di ricostruire. La gente non ha più paura di dire: “sono di Secondigliano”. Prima c’era chi, per vergogna, preferiva dire che era originario di altre zone, come Capodichino, ad esempio.

Ed è proprio su questo orgoglio che si deve lavorare, ripartendo dalla voglia dei giovani di riconoscersi nel proprio quartiere

NUNZIA ACANFORA

- 5 Novembre 2020