Scrivere per ricordare: la memoria di Carmine Misso
Cultura

Scrivere per ricordare: la memoria di Carmine Misso

Visto i tempi strani che stiamo vivendo, possiamo dire che Carmine Misso è un bambino nato settanta anni fa a Secondigliano. Nel libro “Un amico speciale – Un romanzo di formazione vissuto per davvero” ripercorre la sua storia. Una spensierata giovinezza fatto di indimenticabili amicizie, donne e tavoli da gioco. Incontri con personaggi del calibro di De Sica e Opztek. Raccontandoci la sua storia, racchiusa tra le pagine del libro, è come se Carmine tornasse di nuovo un bambino, protagonista di un’epoca ormai perduta.

Se lei è d’accordo, inizierei la nostra chiacchierata con una prima domanda. Da dove nasce l’idea del suo libro? Lei scrive che l’intenzione era quella di mettere nero su bianco le sue memorie, i temi che affronta sono tanti: l’amicizia, il gioco, il sesso. 

L’idea nasce dopo aver sentito per la prima volta una canzone di De Andrè, “Una storia sbagliata”. È stata una vera fonte di ispirazione, le parole mi hanno veramente colpito. Sono parole che De Andrè ha dedicato a Pasolini. Una parte mi ha particolarmente segnato: 

“Storia diversa per gente normale,

storia comune per gente speciale”

Si tratta di sensibilità, di compassione, di empatia.

Nella parte riguardante la sua giovinezza, parla di aver trascorso il suo tempo nella “Napoli bene”, senza aver mai frequentato Secondigliano. Come mai? 

Parliamo di una Secondigliano diversa. Era una Secondigliano agli antipodi rispetto a quella di oggi, 10 anni prima di quella che poi è iniziata a essere e per cui è nota. Veda, in quegli anni succedeva pure un’altra cosa. Quasi non si capiva la differenza tra i camorristi e chi frequentava quella che lei ha chiamato “la Napoli bene”, anzi quasi era un vanto conoscere qualcuno che apparteneva a quella Napoli là. Se avevi un problema sapevi a chi rivolgerti. Però una cosa la devo dire, con il tempo, ma l’ho capito molto dopo, Secondigliano mi ha insegnato la vita vera. Non si viveva e non si vive di luce riflessa. 

Una critica, signor Carmine devo fargliela: da accanita giocatrice di carte napoletane, perché questa sua passione per le carte francesi?

[Ride] Eh signorina, lei mi sta chiedendo se mi piacciono le bionde o le brune! Non è così da intendere la questione. Il gioco è una questione di tatto. Il giocatore deve avere contatto con le carte. Il contatto in una mano è fondamentale! Invio e ricevo contemporaneamente delle emozioni, ci sta proprio una differenza nella gestualità. Scusi quante carte sono quelle napoletane? 

Quaranta!

Ecco, ha capito cosa le voglio dire? Quelle francesi sono 52. È più facile gestire 40 carte. Ma pure la forma, non sono uguali. Le carte napoletane se le figura? Sono un po’ ricurve, quelle francesi sono quadrate. Sono più intatte, fluide. Ma anche con le carte napoletane ero bravo, anzi molto bravo. Ma non facevo capire che ero superiore, facevo credere che era una questione di fortuna.

E allora mi faccia capire, uno dei temi principali del suo libro è proprio il gioco. Ma la vita è o non è un gioco?

La vita è un gioco e ognuno di noi ha una certa dose di fortuna, ma una cosa è importante: si può vincere anche se la fortuna non ci assiste. Alla roulotte non ho mai azzeccato un numero, però mica non ci giocavo. Guardavo gli altri. Se la fortuna non ti bacia pazienza, ma non puoi sempre perdere La fortuna la devi inseguire, te la devi cercare, me la dovevo cercare. Dovevo rischiare sempre un po’ in più degli altri. Ho fatto delle cose veramente incredibili, ma alcune di queste cose erano dettate da certe condizioni. Non tutti si possono permettere di giocare, e proprio quelli che meno possono permetterselo giocano di più.  Se quando ti siedi al tavolo, pensi che il giorno dopo hai un problema, allora è meglio evitare. Al tavolo da gioco si vede tutta la miseria umana, si vedono gli uomini per come sono.  Le racconto un episodio per me importantissimo, lo descrivo pure nel libro.  Una volta ero al “Circolo della Stampa” e a uno dei tavoli sedeva il mitico Vittorio De Sica. Prima ho detto che al tavolo da gioco si vede tutta la miseria umana, forse dovrei dire che si vede la vera natura delle persone. Dopo aver perso una fortuna De Sica si alzò dal tavolo dicendo: “Io stasera mi fermo qui…” indossò il suo cappotto ma si pose un problema, l’unico. Regalare una fiche al croupier, ha capito la signorilità del gesto? Io non lo so se a tutte le altre persone che erano al circolo la scena ha insegnato qualcosa, ma io rimasi meravigliato. 

Credo di aver capito. Lei tocca il tema dell’amicizia nel suo libro in modo molto tenero e credo di aver fatto mio una verità che forse già era radicata in me. In particolare, ho come la sensazione che le amicizie che si costruiscono nella prima adolescenza hanno sempre un significato maggiore di quelle che si costruiscono dopo anche se, per un motivo o per un altro, finiscono. 

Il resto è nulla, di che parliamo. Ciro, il mio grande amico, è stato fondamentale nella mia formazione. Lui mi ha fatto capire che il gioco è utile per farti valutare le persone che, come dicevo prima, sul tavolo da gioco l’uomo manifesta tutte le sue miserie. Abbiamo condiviso tanto, mi ha insegnato tanto anche sulle donne.

E le donne, il sesso è un altro argomento sul quale lei si dilunga molto. Crede che sia cambiato nel tempo?

Oh si, moltissimo. Ma pure quello è un gioco. Un gioco, ma nessuno sa le regole. Soprattutto quando sei giovane, sai qualcosa ma sono racconti di qualche amico più grande. Anche in amore il sesso è importantissimo, ma è più complicato. Ci si può pure fraintendere, ci sono due persone diverse. Quello che vale per la donna non vale per l’uomo e quello che vale per l’uomo non vale per la donna. Entriamo in questo campo da gioco ma nessuno ci ha insegnato niente.  E poi voglio dare dei consigli: mai giudicare un uomo prima di averci fatto l’amore. E poi stia lontano da chi indossa i calzini corti. L’uomo deve essere elegante. E ci sta un altro episodio che voglio raccontare. Il mio incontro con Ferzan Ozpetek. Ci siamo dati la mano, ma non come si fa ora. Gli anziani come me hanno un modo diverso. Ha presente? Mettono la mano sopra la stretta una volta che lo scambio di mani è avvenuto. Io lo feci e lui mi rispose allo stesso modo, è stato come dare la mano a tutta l’umanità. E poi quando ero in sala a vedere “Napoli velata”, ho sognato di stare insieme alla protagonista così come fa un giovane attore in una scena. Era una scena passionale, bramosa. Sono rimasto colpito, estasiato. Alla fine del film pensavo che tutta la sala si alzasse con me e applaudisse, quella scena l’avevo fatta così mia. Mi aveva riempito. Ma vede, poi ho capito perché non esplosero tutti in un applauso. È una questione di linguaggio. Se io parlo cinese e lei il cinese non lo sa, non mi può capire. La maggior parte delle persone non aveva capito. 

Come pensa di poter invogliare alla lettura del suo libro?

Vorrei che la lettura tornasse a essere un momento di pausa, siamo sempre di corsa. Si posa un libro e si inizia a leggere un altro, non si interiorizza niente, non ci sta tempo per riflettere. Devo dire però che il mio obiettivo l’ho raggiunto. Dopo aver letto il mio libro tutto insieme, mi sono emozionato. C’era tutto me stesso, mi sono detto “Ah come sono contento, bravo, mi sono piaciuto”. Però sa una cosa? Quello che ho capito e che si scrive un libro per ritrovare se stessi, per sentirsi meno inquinati. Il mio grande sogno è vedere diventare questo libro proiettato sugli schermi, come in “L’ amica geniale”. Quelle scene, quell’ambiente, gli anni ’50, ’60, ricrearli, mi piacerebbe tantissimo. 

Vuole regalarci un ultimo consiglio?

Sì, ci tengo. Vorrei che i genitori facessero più attenzione nel vedere le qualità dei figli, spesso i bambini non si rendono nemmeno conto di avere dei doni particolari. Io, per esempio, facevo e faccio fatica a ricordare qualsiasi cosa, ma ero bravissimo a memorizzare le carte da gioco. Tutti i figli hanno delle qualità nascoste che non vengono messe in evidenza. Si pensi alla musica. Da bambino ho passato un periodo lontano da casa, con una mia zia. Lei mi portava al cinema, mi faceva sentire dei pezzi di musica classica. Quella esperienza mi ha segnato tantissimo. Non esiste solo la danza, la recitazione, il calcetto. Non bisogna rigettare sui bambini i propri sogni irrealizzati, ma vederli per quelli che sono. In altre parole, non bisogna creare nei bambini un senso di frustrazione nei confronti dei genitori, non creare una dipendenza nei confronti delle aspettative di mamma e papà. Questo è il senso della vita: il corpo va via, ma la nostra anima resta. Se la nostra anima resta nelle persone, eh allora…allora abbiamo conquistato un pezzetto di immortalità. 

ARTICOLO DI GIUSY DI STAZIO

- 14 Dicembre 2020