La Nereo Rocco e i talenti del quartiere: intervista a Pino Marasco
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La Nereo Rocco e i talenti del quartiere: intervista a Pino Marasco

Il calcio a Napoli è una religione. Inutile nascondersi dietro un dito: almeno una volta nella vita molti hanno sognato di segnare il gol della vittoria in una finale. Se vince la squadra del cuore bisogna festeggiare. Se perde, diventiamo tutti allenatori e critici. Sotto porta, sappiamo tutti come andava calciato quel pallone a rete che, invece, l’attaccante ha fatto finire sul fondo. 

Molti però sognano, un giorno, di poter davvero calpestare quel rettangolo verde. Dal 1978, la Scuola Calcio Nereo Rocco si impegna per realizzare il sogno di tanti bambini e ragazzi di Secondigliano. Quarantatré anni di sacrifici, soddisfazioni, gioie e trofei. Fondata da Bruno Marasco, l’obiettivo principale non è solo di formare nuove stelle del calcio, ma la crescita dei bambini. “Vincere è bello – ci spiega Giuseppe “Pino” Marasco, presidente e figlio del fondatore- ma insegnare ai bambini i valori e guadagnarsi le cose col sacrificio piuttosto che ottenerle facilmente è più importante della vittoria”. Abbiamo intervistato Mister Pino per farci raccontare questa bella storia di calcio, valori e sogni ambientata nel nostro quartiere.

Come nasce la Nereo Rocco?

 “La Nereo Rocco nasce con mio padre, Bruno Marasco, che nel ’78 insieme ad altri amici decide di fondarla. Questo perché io da bambino avevo 8 anni e giocavo in questo cortile insieme ad altri amici. Giocando iniziammo a fare delle sfide con delle scuole che venivano da Capodichino o giù Napoli, ma perdevamo sempre. Si creò subito grande entusiasmo perché le scuole di calcio non esistevano o, meglio, esistevano i settori giovanili ma solo dai 14 anni. Diventammo una vera e propria scuola con allenatori e allenamenti fino al 1980, quando vi fu l’affiliazione con le scuole calcio giovanili e facemmo il primo campionato pulcini a 11. In tutta Napoli e provincia eravamo 8 squadre”.  

Si tratta dell’unica scuola calcio di Napoli intitolata allo storico allenatore del Milan.

“Sì, perché proprio nel periodo in cui venne a mancare Nereo Rocco cercavamo un nome da dare alla squadra. Era un allenatore che rispecchiava un po’ i metodi dell’epoca: ruspante, deciso e paterno. Quindi, decidemmo di intitolarla a lui. Fu mandata anche una lettera al Milan che ci mandò delle foto insieme a Gianni Rivera. In realtà Nereo Rocco ha giocato anche un anno col Napoli”.

Quanti e quali sono i trofei vinti?

“I tornei importanti sono stati: il torneo dei quartieri vinto nel ’97 con la categoria giovanissimi, vari tornei esordienti e pulcini, i campionati della FIGC. Abbiamo fatto anche dei tornei in giro per l’Italia. A Cesenatico abbiamo vinto con varie categorie. A parte questo discorso dei trofei, ormai abbiamo un po’ accantonato questa idea della vittoria a tutti i costi che pervade il calcio giovanile. Noto con piacere che tante scuole calcio si sono adeguate: abbiamo capito che la crescita dei bambini è più importante rispetto alla vittoria. Se la vittoria avviene attraverso un progetto e i valori di gioco, allora ben venga”.

Non tutti riescono a realizzare il sogno di giocare in Serie A. Chi, invece, ci è riuscito o ci sta riuscendo?

“Sono ormai 40 anni che sono nel calcio giovanile. Qui sono passati tanti giocatori che sono riusciti a raggiungere il professionismo. Il nome più importante è stato Raffaele Longo, nato nel ’77, che è stato tanti anni qui. Ha giocato prima in Serie A col Napoli, poi è stato col Parma di Malesani, dove vinse la Coppa Uefa e Supercoppa europea. Abbiamo avuto anche giocatori come Nocera che ha giocato con Ancona e Avellino. Attualmente abbiamo Matino che ha giocato con il Matera in Serie C. Poi Tartaglia che è stato un fiore all’occhiello di questa scuola. Ci sono anche dei giocatori che attualmente militano nelle giovanili, ad esempio Dylan De Pasquale che gioca nella primavera del Napoli o Mattia Carriola, 2005, che nonostante la giovane età, ha già esordito nella primavera del Benevento. Questa è una zona ricca di talenti”. 

La Nereo Rocco sorge in un quartiere non sempre devoto alla legalità. Com’è il rapporto con Secondigliano?

“Io sono nato qui, ho giocato per strada. A Secondigliano giocavo dappertutto e con chiunque. Con chi ho giocato, non sapevo da che parte stava. Come diceva Totò, il calcio è una livella: è sempre il campo il giudice, tutto ciò che c’è fuori viene un po’ azzerato. Purtroppo ne ho visti tanti che ad un certo punto, ai 13-14 anni, un po’ abbandonati dai genitori e un po’  abbandonati dalle istituzioni, prendono una brutta strada. È un peccato: a volte si tratta anche di ragazzi che vengono da famiglie perbene. C’è amarezza, ma quando andiamo in campo dimentichiamo tutto ciò, basta un gol. Noi cerchiamo, nel nostro piccolo, di dare una mano e cambiare le cose. Cerchiamo di far capire ai ragazzi e ai genitori i veri valori, capire cos’è il sacrificio e guadagnarsi le cose attraverso il lavoro e l’impegno”.

Avere una scuola calcio qui invece che in altri luoghi è uno svantaggio o un motivo di orgoglio?

“In un primo momento avrei detto un vantaggio dal punto di vista dei bambini perché i bambini abituati a giocare per strada sono sempre i più forti. Oggi però il calcio per strada non esiste più. Ci sono scuole calcio oppure i bambini stanno a casa perché è difficile avere dei parchi liberi ormai. Anche a via Manzoni un bambino che gioca per strada è fortissimo. Forse la differenza c’è nell’approccio coi genitori e nemmeno tanto secondo me”.

ARTICOLO DI MARIA ANNA GAGLIARDI

- 19 Giugno 2021