PeppOh, da Secondigliano contro tutti i pregiudizi
Cultura

PeppOh, da Secondigliano contro tutti i pregiudizi

Si definisce “ingrippato con la coerenza e contro gli stereotipi di qualsiasi genere” Giuseppe Sica, in arte PeppOh, che poco più di un mese fa è uscito con il suo nuovo album Mood Street. Ed è da Secondigliano che ci racconta le esigenze sulle quali è nato il nuovo album, il suo rapporto con il quartiere e con la città, le sue influenze musicali e il sogno di creare un’etichetta musicale propria dal nome “ Area Nord Ammo’ ”.

Il tuo nuovo album, ha qualcosa di diverso dagli altri, c’è una cover o meglio una rivisitazione di una classica canzone Napoletana, come ti è venuta l’idea?

Passione“– insieme ad “Era de maggio” – è tra le mie canzoni classiche napoletane preferite, ed è anche la preferita del mio produttore, Dj Cioppi. Insieme abbiamo cercato di rielaborarla, senza distorcerla, in chiave “moderna”. La voce che si sente nel finale della canzone e del video è di Miranda Martino che dice: “hai tradotto la tua passione col tuo stato d’animo” e l’ha detto dopo che l’ha ascoltata e per me ricevere la sua approvazione è stata una grande soddisfazione. In generale rapporto col classico napoletano è un rapporto che definirei ancestrale, credo che sia musica in grado di rafforzare il tuo spirito in quanto parte di un popolo e questo senso di appartenenza. Io con “Passione” ho cercato di tenerla ancora viva questa musica perché un 20enne dovrebbe conoscere queste canzoni, altrimenti è come se perdessimo l’identità.

A proposito di appartenenza e di identità, tu sei di Secondigliano, che tipo di rapporto hai con questo quartiere e poi con la Città?

Così come disse Mohamed Alì: “C’è un’altra America in America”, allo stesso modo nel rapporto tra Secondigliano e Napoli, c’è un’altra Napoli a Napoli. Ovviamente il discorso va esteso a tutte le periferie non solo a Secondigliano per questo è nato il progetto “Area Nord Ammo’” basato su un concetto di periferia globale che si esprime nel nostro slogan “Periferia non è dove stai ma come ti senti” e quindi avendo questa concezione di periferia e di comunità si tende a fare comunità tra di noi e a fare popolo nel popolo. Ad esempio, al centro storico ci sta la via dei Presepi ma qua a Secondigliano avevamo il maestro presepiale Vincenzo Casaburi, oppure al centro ci sono pizzerie storiche come Di Matteo mentre qui c’è Carminiello, che per me non è secondo a nessuno. E questa città nella città lo noti anche architettonicamente parlando, perché dopo le colonne di Capodichino a piazza Di Vittorio, sembra entrare in un’altra città che sarebbe la parte periferica. A me all’inizio dava fastidio, perché se non eri del centro storico e frequentavi quelle zone allora eri tagliato fuori, così come quando stavi a casa tua ti sentivi un estraneo poiché “non omologato” allo stile della periferia. Il rapporto che si viene ad instaurare alla fine è di “odio e amore”. Senz’altro però credo che una cosa che ti insegna la periferia è imparare a capire le situazioni, senza pregiudizi e avere più empatia verso gli altri. Secondigliano è una palestra. Vivere qui ti allena anche ad aprire la mente una volta usciti da questi confini. Io mi reputo fortunato ad essere di Secondigliano, perché ho capito prima di tanti altri, anche miei coetanei, le difficoltà che la vita ti presenta. Tu parti svantaggiato in tutto, però poi ti alleni e riesci a comprendere la realtà e la periferia è l’unico luogo che può insegnarti l’empatia verso “gli ultimi”, che poi sono quelli della tua comunità.

“Nun sia maje si nun vien’ da’ccà

Nun sia maje nun si ‘e Secondiglian’”

PeppOh in “Nun sia maje” dall’album Mood Street

Come possiamo notare ascoltando le canzoni dei rapper/trapper emergenti della nuova vawe napoletana pare che oggigiorno esser di Secondigliano fa figo è diventato quasi uno status symbol. Cosa ne pensi?

Questo è l’effetto gomorra, per questo io ho scritto questo brano. Infatti ad un certo punto della canzone dico ‘nun sia maje si te pierd sta vit rint e man’. Perché il discorso è quello, il fatto che tu sia nato qua non ti rende più forte, perché potresti affacciarti in degli scenari brutti che poi ti condannano. Quindi il fatto è che dire che sei di Secondigliano perché fa figo è brutto, dirlo perché c’è un appartenenza sì, ha senso. Infatti ancora nel pezzo dico “E nunn’è sul’ pe’chi vo’ parià Si vien’a chesti ppart’ po’ te le’a sudà” perché è questo il senso. A volte mi dicono che io non sembro di Secondigliano, perché a differenza di altri non faccio video musicali a Scampia (che sono tra l’altro due quartieri diversi), non parlo di pistole, malavita o macchine. Non condanno però chi lo fa, perché se vivi qua seppur non ci sei dentro sti giri, ha comunque visto o sa storie su persone che hanno preso brutti giri e quindi anche una narrazione di questa realtà va bene. Semplicemente io non vivendo questo tipo di realtà non riesco ad appropriarmi di scenari non miei. La questione “realtà” è molto importante per il mio genere, per questo io cerco di avere una certa coerenza tra quello che sono nella vita e quello che voglio poi raccontare.

Effettivamente è vero, i tuoi video sono quasi tutti ambientati a Napoli centro ma senza sottolineare strade famose o scenari classici del lungomare col Vesuvio. È una scelta premeditata questa?

La mia è stata una scelta di non girare a Scampia sempre per il concetto di non approriarmi di scenari non miei e quindi fare cose per clichè, per questo poi non ci sono neanche immagini classiche di una Napoli da “cartolina”.

Con Mood Street sono tornato a casa e infatti la copertina col cd riprende proprio il corso Secondigliano, che è il luogo che io frequento di più. Ritornando sul concetto di real, è proprio questo quello che voglio dire, non mostro cose che non ho vissuto realmente io che non esprimono a pieno quello che sono o quello che vivo cercando di liberarmi dai pregiudizi dell’essere di Secondigliano e poi napoletano.

Tu canti in Napoletano, e anche al premio Musicultura sei arrivato in finale con due pezzi in Napoletano. Pensi sia un limite cantare in Napoletano?

Io canto in napoletano e scrivo in napoletano, cercando tra l’altro di scriverlo in modo più canonico possibile. Ci sono alcune cose che non puoi dirle se non in napoletano. Ci sono alcuni termini, ma anche stati d’animo, pensieri che hai la necessità di esprimerli in napoletano mentre altre volte vuoi comunicare qualcosa soltanto in Italiano. E infatti, a Musicultura ho portato più pezzi, nell’ultima edizione, tra cui anche Vita – sempre presente in Mood Street – che però sono state scartate in favore di ‘Where is the rap star?’. In realtà penso che la scelta di questo pezzo sia stata un po’ in favore dello stereotipo, considerando che ero l’unico rapper ed è stata favorita l’unica canzone in napoletano. Mi è un po’ dispiaciuto perché reputo che Vita, partecipando a questo tipo di festival, sarebbe potuta arrivare a più persone anche a livello nazionale.

Il tuo ultimo album, così come gli altri, sono tutti autoprodotti da te e dal tuo producer Dj Cioppi. Voi insieme avete creato “Area nord Ammo’”, che oltre ad essere l’inizio di un’etichetta musicale è anche un vero e proprio brand, come è nato il progetto?

Il progetto nasce da un nostro sogno musicale di creare una propria etichetta, una propria casa discografica che identifica quello che siamo, da qui poi il nome, ma la strada è ancora lunga. 

La volontà di creare questo progetto è stata inoltre una scelta gettata dall’esigenza, cioè quella di uscire con qualcosa che potesse andare bene nel mercato ma la scelta riguarda invece la libertà di esprimersi nel modo più libero possibile, senza vincoli che le grandi etichette possono importi.

In più abbiamo pensato di creare anche un vero e proprio brand di abbigliamento per due motivi, il primo è perché crediamo nel progetto e poi perché ogni artista oggi ha il suo merchandising e io ho pensato di puntare su questo brand slegandolo in parte dal percorso musicare e rendendolo “universale”.

Di interviste ne hai fatte tante sicuramente e la nostra chiacchierata è stata lunga e ha toccato molti temi. Penso però che a volte non tutti riceviamo le domande che vorremmo ci venissero fatte, per cui ti chiedo di rispondere alla domanda – ipotetica – che vorresti ti facessero.

Una domanda che vorrei mi ponessero è: “Non ti sei stancato del rap?”. Diciamo che non è che mi sia rotto del rap, in realtà lo ascolto, lo vivo, lo mastico e lo scrivo ancora, ma dal momento in cui ho deciso di vivere di musica mi rendo conto che purtroppo il rap è ancora confinato ad essere un genere per ragazzini. Quello che mi ha scocciato in realtà è la carica di stereotipi che si porta dietro il rap ed ecco perché ho deciso di intraprendere una nuova via con “Mood Street” che è l’album più musicale che io abbia mai fatto fino ad ora. Io credo che la musica sia musica, che i confini, gli stereotipi nel campo musicale non dovrebbero esistere. La musica anzi dovrebbe sciogliere tutte queste catene e al massimo dover decidere solo se quella canzone ti piace o non ti piace. 

ARTICOLO DI MARIANNA TORRE D’AGOSTINO

- 24 Novembre 2020