Scuole di danza chiuse, parla Nicoletta Severino
Cultura, Sport

Scuole di danza chiuse, parla Nicoletta Severino

“La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia”: tutto il settore della danza sta scoprendo il significato letterale di quest’aforisma in questo periodo. Le scuole di danza sono ferme da più di un anno e non hanno idea di quale sarà il loro destino: gli insegnanti si sono ritrovati a preparare lezioni online con i tanti ragazzi che prima riempivano le loro sale e che, oggi, si limitano a seguire da lontano e con mille difficoltà. Nei sempre più numerosi ed ingarbugliati DPCM, le scuole di danza cercano di indentificare la loro sorte, capiscono come riorganizzarsi per poi non vedere, tutt’oggi, la luce in fondo al tunnel. Ne abbiamo parlato con Nicoletta Severino, insegnante e titolare della scuola di danza “Attitude” in via Giaime Pintor a Secondigliano.

Quanto ha inciso questa chiusura prolungata, non solo sul fatturato, ma anche sui bambini e i ragazzi che frequentano normalmente la tua scuola di danza?

 Per quanto riguarda gli introiti, il discorso è drastico. Tenendo conto del fatto che le nostre attività sono ferme da più di un anno e che ciononostante per tutto questo periodo abbiamo continuato a sostenere le spese di affitto ed utenze per non vedere fallire definitivamente le nostre scuole, dunque la difficoltà è stata ed è enorme. Dal punto di vista strettamente didattico per uno studente di danza un fermo così lungo ha un peso enorme nella formazione, lo studio della danza è lunghissimo ed il programma, suddiviso in corsi propedeutici e regolari, va di pari passo con lo sviluppo fisico dei ragazzi. Per cui fermarsi così a lungo non solo ferma il programma, ma addirittura fa retrocedere, perché la danza richiede un allenamento costante e non prevede un’acquisizione di abilità una volta per tutte. Dal punto di vista psicologico ed emotivo, la situazione è forse ancora peggiore: gli studenti di danza e nel caso specifico i miei, si sono ritrovati privati di un’attività per loro fondamentale, la scuola per loro è sì un luogo di studio, ma anche di ritrovo, di confronto con se stessi e con gli altri, di crescita, un luogo in cui non crescono solo come danzatori, ma anche dal punto di vista umano ed emotivo, perché si mettono a confronto costantemente con le difficoltà, ma sviluppano anche la propria capacità immaginifica, la propria sensibilità artistica, la propria capacità di relazione e  lavorano per dei risultati che di solito sono a lunghissima scadenza, è qualcosa di mistico per certi versi perché richiede un lavoro costante su stessi e una dedizione senza pari. Quando mi confronto con i miei allievi, dai più piccoli ai più grandi, mi rendo conto che la cosa che manca loro di più è proprio il luogo, perché si tratta un po’ di una seconda casa in cui quotidianamente erano abituati a ritrovarsi: ho fondato Attitude nel 2013 con l’ambizione di creare sul territorio un luogo di aggregazione attorno ad una precisa idea di danza ed in questi anni assieme siamo diventati una piccola comunità, allontanarsene ha causato nei ragazzi un senso di spaesamento, in una situazione già difficile, in cui ancora di più avrebbero avuto bisogno di mantenere stabili i propri punti di riferimento e di continuare a lavorare per un obiettivo, in un momento in cui hanno visto vacillare qualsiasi certezza. Certo, abbiamo continuato ad essere una comunità, ma essere privati di un luogo che per loro rappresenta uno spazio di libertà, di crescita, di condivisione, di evasione, non è stato e non è facile.

Hai pensato ad un modo alternativo di fare lezione in questi mesi di stop?

Lo scorso anno, poiché all’inizio il fermo doveva essere di un solo mese, abbiamo lavorato soprattutto sulla teoria, mentre dal punto di vista pratico l’approccio è stato più spiccatamente laboratoriale: video con sequenze da costruire assieme, elaborazioni coreografiche, disegni per i più piccoli. Quest’anno, essendo chiaro che la situazione si sarebbe protratta a lungo, abbiamo deciso di avviare la DAD, perché, per quanto la danza viva di corporeità e presenza e la dimensione digitale le stia decisamente stretta, ci è sembrato importate che gli allievi non perdessero l’abitudine alla lezione, lo slancio verso ciò che amano e tantomeno l’allenamento. L’approccio alle lezioni è stato totalmente rivisto, data l’ambientazione domestica delle classi, nonché la quantità delle ore di studio, tenendo conto del fatto che già le scuole e le università si avvalessero della modalità telematica e l’intento non era certo quello di oberare i ragazzi con l’ennesima attività online, tutt’altro. Devo dire che, nonostante le chiusure siano state prorogate di mese in mese, alimentando speranze regolarmente deluse nei ragazzi, nella maggioranza dei casi, i miei allievi hanno dato una risposta più che positiva e non era scontato. Studiare danza online aumenta notevolmente la difficoltà, richiede maturità, autonomia, intraprendenza ed anche un certo guizzo personale, bisogna avere la capacità di immaginarsi uno spazio al di là dello spazio e per quanto i miei allievi abbiano dimostrato grande tenacia, alcuni a un certo punto hanno deciso di non proseguire, non solo nei corsi più piccoli, ma anche in quelli professionali, questo è uno dei dispiaceri maggiori. Io posso provare ad esserci lo stesso, ad offrire una prospettiva, ma non tutti gli allievi sono uguali e tanti sono i fattori che entrano in gioco: la capacità di perseverare e lavorare con se stessi e per se stessi, di saper trovare stimoli nuovi, adattarsi, scoprire dimensioni diverse, ma soprattutto sapersi autoregolare, senza la presenza costante e fisica dell’insegnante e questo richiede una maturità enorme, ma aiuta a non lasciarsi andare ed a prendere in mano la situazione, non divenendone vittime. Anche i corsi destinati agli adulti, dallo yoga, al pilates, hanno incontrato qualche diffidenza, per alcuni mettersi in gioco, ritagliarsi uno spazio sia fisico che personale, non è stato così semplice, ma noi ci siamo, anzi abbiamo aperto anche ad esterni la possibilità di partecipare alle lezioni, con la prospettiva di dedicare un po’ di tempo al proprio benessere psicofisico in un momento in cui se ne ha davvero bisogno. Siamo felici che chi ha aderito stia partecipando con coinvolgimento nonostante le difficoltà e siamo felici dei riscontri positivi che abbiamo da loro.

Nonostante avevate adattato lo spazio adibito per le lezioni di danza alle norme anticovid, come tanti non avete potuto riaprire. Cosa vorresti dire alle istituzioni e a chi si trova nella tua stessa situazione?

Sì, ci è stato richiesto di adeguarci ai protocolli di sicurezza, di riorganizzare turni e spazi, sanificare gli ambienti, attrezzarci con termoscanner, igienizzanti e regolamenti. Per farlo, oltre ad investire economicamente, abbiamo riorganizzato i piani di studio e suddiviso le classi, previsto pause tra le lezioni e reinventato un approccio che non prevedesse contatto fisico durante le spiegazioni e le correzioni, eppure, dopo tutto questo, ci hanno imposto la chiusura, una chiusura che di mese in mese viene regolarmente prorogata. Tutto questo con una percentuale di contagi nel settore pressoché inesistente. Chiedere di adeguarsi alle regole per poi imporre la chiusura è quanto meno scriteriato e non tiene conto del fatto che dall’altra parte ci sono persone, con le loro vite, i loro sacrifici, le loro speranze, le loro paure. Ci sentiamo un capro espiatorio scelto a caso nella mischia: perché proibire ai ragazzi di frequentare una scuola di danza, in cui già per etica di disciplina si rispettano spazi e distanze, è sembrata una scelta vincente? La rabbia è tanta, non solo i nostri sforzi sembrano essere vani, ma questo accade nella più assoluta mancanza di rispetto per noi e per i nostri allievi. Le nostre attività sono state reputate inessenziali ed io credo che questo debba essere motivo importante di riflessione: è ritenuto importante ed essenziale ciò che è dotato di utilità, un’utilità sopravvalutata per il modo in cui è intesa; cosa è utile e cosa non lo è? Siamo figli del capitalismo e l’utilità comunemente intesa è quella che dà risultati concreti, pratici, ma per fortuna la risposta alla domanda è estremamente soggettiva, per me è utile insegnare ai miei allievi perché mi fa sentire parte attiva della società, mi permette di dare il mio contributo, per i miei allievi è utile studiare danza perché li mette in relazione profonda col proprio corpo e con le proprie emozioni, per i miei collaboratori lo stesso, più in generale per tutti coloro che si dedicano alla danza o a qualsiasi altra disciplina artistica, è utile coltivare la dimensione del sogno, del bello, della creatività, per non divenire definitivamente una società di automi.  Ma al di là delle riflessioni che si aprono c’è una rabbia concreta e vivida e molta tristezza di fronte a colleghi che hanno dovuto chiudere le proprie scuole e reinventarsi in altri campi: non è forse una società migliore quella in cui ognuno dà il suo contributo in ciò che gli riesce meglio e per cui ha una reale vocazione? Chi governa ha gestito la situazione in maniera totalmente iniqua, decidendo senza alcuna logica che a sacrificarsi dovessero essere soprattutto il settore artistico-culturale e quello sportivo, tra i quali la danza si colloca a metà strada, cosa che peraltro ha creato non poca confusione: le scuole di danza si occupano di formazione coreutica e dunque anche di fornire una preparazione di tipo atletico, ma al contempo sono avamposti di educazione artistica e culturale, al governo nessuno ha chiara la situazione, i piani sono regolarmente sovrapposti e confusi tanto che spesso non si capisce quale direttiva seguire. Lo stesso DPCM che imponeva la chiusura nemmeno citava le scuole di danza esplicitamente richiedendo di essere interpretato, prima che rispettato. Ad oggi comunque le attività sono ancora sospese a data da destinarsi, per il secondo anno consecutivo i nostri allievi non faranno lo spettacolo di fine anno, la diplomanda che avrebbe dovuto completare il percorso di studi quest’anno si vede privata della possibilità di raggiungere l’agognato obiettivo; siamo davvero sicuri che sia questo ciò che è utile? Privare i giovani dei propri sogni, allontanarli dalle proprie passioni, spegnere il fuoco che li anima, mostrare loro che dedizione e caparbia non ripagano, ma lasciarli liberi di andare a fare spese al centro commerciale? Contro ogni evidenza mi piace ancora pensare di no.

ARTICOLO DI SARA FINAMORE

- 10 Aprile 2021